Divae ad Interim 2013

DIVAE AD INTERIM 2013

I ruggenti Anni Venti, un mondo che il Cinema ci ha restituito misterioso, frenetico, comico, geniale, ma soprattutto muto, in realtà è stato un mondo ricco di fragori, indiavolato dai ritmi del dixieland, dalle improvvisazioni del jazz, dalle atmosfere licenziose dei night, dalla velocità delle automobili e degli aerei, illuminato dall’elettricità e dalle avanguardie, ma soprattutto ispirato dalle flapper, le donne maschietto. Il termine deriva dal verbo inglese to flap che rivela lo spirito irrequieto di quelle donne e vuol dire infatti agitare, agitarsi, colpire, battere, dondolare o addirittura volare via, to flap away.

Donne del Cinema Muto o che il Cinema ha semplicemente reso immortali, fagocitato e poi riciclato nel tempo imponendole come ombre scintillanti, proiezioni mute consegnate all’eternità e consumatesi in un decennio. Donne che univano la raffinatezza maliziosa di Parigi e il vitalismo indipendente di New York, attrici e cantanti per lo più formatesi nei vaudeville, come The Ziegfeld Follies, serie di spettacoli teatrali prodotti a Broadway dal 1907 al 1931 e ispirate a Le Folies Bergère.

Vamp, famme fatale per il resto del mondo, divae ad interim forse per loro stesse, in un interregno che come sempre nella Storia ciclicamente ritorna, rinnovando il nostro immaginario collettivo. Dall’arte alla moda, dal cinema al fumetto, dalla musica al design, queste dive ricreate, adattate, evocate rivivono anche nei ritratti di Alessandra Romagna che ce ne restituiscono lo scintillio, la seduzione, la joie de vivre, il desiderio di emancipazione e il protagonismo, l’ingenuità, la melanconia empatica di quel mondo e del mondo femminile in particolare. I volti di queste “divinità a tempo” vengono colti in espressioni di intesa, di abbandono, di solitudine, i corpi in danze frenetiche o in attese spossanti di amanti occasionali, corpi esposti, nudi o quasi, ma distanti e, nel profondo, intoccabili nei loro divani di velluto. Un’attesa che si consuma nel bagliore di un attimo di luce eterna, permeata dall’inquietudine della fine di un’era fin troppo ruggente che contiene gli strascichi di una tragedia appena passata, La Prima Guerra Mondiale del ’14-’18, e i germi di una assai prossima, La Grande Depressione del 1929. Date che ne segnano convenzionalmente nascita e morte. Così quelle donne apparentemente immortali, mute come gli dei del periodo pre-ellenistico, non sopravvissero all’avvento del Sonoro che, come lapidariamente scritto nei manuali di storia del Cinema, fece la sua comparsa in un film del 1927, Il cantante di jazz (The Jazz Singer).

Il mito quindi, il mito dell’eterna giovinezza, che l’industria culturale, e il cinema in particolare, pare materializzare fissando per sempre il tempo sulla pellicola e staccandolo dalla vita in carne e ossa, rivive nella serie di Alessandra Romagna anche attraverso la presenza dell’unico ritratto maschile, quello del geniale trombettista Bix Beiderbecke. Bix infatti, con la sua vita sregolata e brevissima, oltre a fare da contrappunto alla carrellata di dive (Clara Bow, Louise Brooks, Helen Kane, Nita Naldi, Francesca Bertini, Joséphine Baker) è quasi archetipo delle future rock star, miti di un altro decennio ruggente (quello degli anni ’60-’70), è una figura di maudit ipersensibile, fragile e ancora, potremmo azzardare, iper-femminile, di iper-diva ad interim.

A. F

Didascalie

Louise Brooks (1906-1985) nata in provincia e figlia di un avvocato, studiò alla scuola di ballo Denishawn con i pionieri della danza moderna Martha Graham e Ted Shawn e debuttò a Broadway nel 1925 con le Ziegfeld Follies. Negli Stati Uniti lavora con Howard Hawks nel 1928 in Capitan Barbablù e in Francia nel 1930 in Prix de beauté di Augusto Genina. Ma è la Germania che la rende una diva grazie al regista Georg Wilhelm Pabst, che le affida due personaggi in due film ormai leggendari: Il vaso di Pandora (1929) e Diario di una donna perduta (1929). L’interpretazione della Brooks la rese l’incarnazione moderna del mito della femme fatale: sensuale, provocante, amorale e pericolosa, ma allo stesso tempo infantile, innocente e pura. Nacque così il personaggio di Lulù, fissandosi immediatamente nell’immaginario collettivo. Nel corso del tempo la figura di Louise Brooks inspirò diversi artisti, basti citare lo scrittore argentino Adolfo Bioy Casares per la figura di Faustine, protagonista del suo romanzo L’invenzione di Morel, il fumettista Guido Crepax per la sua Valentina e anche la canzone “Lulù e Marlene” dei Litfiba, contenuta nell’album Desaparecido del 1985, è dedicata all’attrice. Dopo la gloria, ritornata in Inghilterra, per guadagnarsi da vivere, iniziò a frequentare i night-club dove lavorava come ballerina, recitò in film western minori, lavorò per un periodo in radio e infine fu commessa del grande magazzino Macy’s. Con la riscoperta dei suoi film, avvenuta in Europa piuttosto tardi, scoprì di avere una vena letteraria e iniziò a collaborare a riviste cinematografiche, raccogliendo in un libro, Lulù in Hollywood, i suoi saggi sul cinema muto. Riguardo al suo amore per la letteratura, era solita dire che la sua passione per i libri l’aveva resa l’idiota più erudita del mondo. Morì, sola e dimenticata, per un attacco di cuore all’età di 79 anni.

Nita Naldi (1897-1961) nome d’arte di Nonna Dooley, dopo aver posato da modella per artisti e sarti, entrò in una compagnia di vaudeville. Verso il 1918 debuttò a Broadway e presto riuscì ad entrare nelle Ziegfeld Follies, edizione del 1919. Fu in quel periodo che cambiò il proprio nome. Ottenne diversi piccoli ruoli in produzioni indipendenti prima di essere ingaggiata per Dr. Jekyll e Mr. Hyde con John Barrymore, che la soprannominò affettuosamente dumb Duse (La Duse muta). La Naldi fu quindi scelta dallo scrittore Vicente Blasco Ibáñez per interpretare Doña Sol nel suo film Sangue e arena, ruolo per il quale firmò un contratto con la Famous Players-Lasky (futura Paramount). Fu la prima volta in cui recitò al fianco di Rodolfo Valentino: il film ottenne uno straordinario successo e fu decisivo nel conferire alla Naldi l’immagine di vamp che l’avrebbe accompagnata per il resto della vita. Più tardi la moglie di Valentino, Natacha Rambova ebbe l’opportunità di girare un suo film, What Price Beauty?, a cui prese parte anche la Naldi. Il film ebbe problemi di distribuzione e all’epoca passò abbastanza inosservato; lo si ricorda soprattutto perché fu la pellicola di debutto dell’attrice Myrna Loy. Nita Naldi posò per il celebre artista Alberto Vargas, famoso per i suoi quadri di pin-up, che la ritrasse in topless vicino al busto di un folletto. Lavorò ancora in diversi film tra cui la seconda regia di Alfred Hitchcock, L’aquila della montagna del 1926. Nonostante la sua voce e la sua dizione fossero discrete, Nita Naldi non girò mai un film sonoro. Morì d’infarto nel suo appartamento a 63anni.

Bix Beiderbecke (1903-1931), trombettista, compositore e cornettista statunitense. Negli Anni Venti attraversa il mondo del jazz come la leggenda del trombettista bianco. È uno dei migliori musicisti del tempo e la sua breve vita è così spericolata che confonde e sovrasta le sue notevoli doti musicali. Il suono della sua cornetta è delicato e particolare, elevate le sue capacità nell’improvvisazione. Nel 1923 diviene musicista professionista e cornetta solista del gruppo Wolverines. Un anno dopo Bix lascia il gruppo e si unisce all’orchestra di Jean Goldkette. Ma perde subito il lavoro perché non sa leggere la musica. Trascorre un paio d’anni peregrinando tra Chicago e St. Louis, suonando in piccoli gruppi o orchestre, stretto nella morsa dell’alcool. Arriva il 1927, suo anno magico; ritorna a suonare con Goldkette e registra il suo capolavoro In a mist. Incide con un piccolo gruppo dei pezzi storici, firma con Paul Whiteman ed entra nella sua mitica orchestra come cornetta solista. I concerti e le conseguenti registrazioni con Whiteman, dove si ascoltano i suoi assolo, sono di portata storica per il jazz, ma i due anni (1928-1930) di permanenza nell’orchestra sono tumultuosi. La dipendenza dall’alcool lo porta alla distruzione e alla morte a soli ventotto anni.

Joséphine Baker (1906-1975) di origine meticcia afroamericana e amerinda degli Appalachi, è sovente considerata come la prima star di colore e tra le più acclamate vedette di Parigi. A sedici anni debuttò a Broadway in una grandiosa rivista, replicata per due anni. Nel 1925 venne in Europa con la Revue nègre al teatro degli Champs-Elysées, diventando ben presto prima ballerina. La sua bellezza di donna e la sua bravura di artista mandarono Parigi in delirio tanto che il teatro registrò costantemente il tutto esaurito. Nei suoi spettacoli e nelle sue canzoni (come Yes, we have no Bananas, che cantava nuda, e La canne à sucre) unì il gusto piccante e ricercato del varietà francese al folklore della musica africana. Josephine vestita solo di un gonnellino di banane, costume inventato per lei dal costumista austriaco Paul Seltenhammer, scatenata nel più pazzo charleston (una musica allora ancora sconosciuta in Europa) incarna una delle immagini tipiche degli Anni Venti. Dopo una tournée in Europa, Joséphine Baker arriva a le Folies Bergère nel 1927 accompagnata da un leopardo, che terrorizza l’orchestra e fa fremere di paura il pubblico. I suoi due principali film furono: Zouzou e Principessa Tam Tam, ma non incontrarono il successo di pubblico sperato. Durante la Seconda Guerra Mondiale si fa carico di missioni importanti, utilizzando i suoi spartiti musicali per celare dei messaggi segreti per il controspionaggio francese. In seguito fu ingaggiata dal servizio femminile inquadrato nell’Armée de l’Air e sbarcò a Marsiglia nell’ottobre 1944. Alla fine della guerra, conclusa con il grado di capitano, fu decorata da Charles De Gaulle con la Legion d’Onore. Ella utilizzò in seguito la sua grande popolarità nella lotta contro il razzismo e a favore dell’emancipazione dei neri, in particolare sostenendo la lotta per i diritti civili di Martin Luther King. Quando Joséphine cadde in disgrazia, la principessa Grace di Monaco, amica della cantante, le offrì un alloggio per passare il resto della vita in Costa azzurra e invitandola nel Principato di Monaco per numerosi spettacoli di beneficenza. Nel corso della sua ultima revue a Parigi l’11 aprile 1975, cadde malata e morì poche ore dopo per un’emorragia cerebrale.

Francesca Bertini (1892-1985), pseudonimo di Elena Seracini Vitiello, figlia d’arte iniziò giovanissima a calcare il palcoscenico interpretando commedie napoletane, e successivamente comparve in un gran numero di film muti recitando parti secondarie. Il successo più eclatante arrivò nel 1915 con il ruolo della napoletanissima Assunta Spina, nell’omonimo film tratto dal dramma di Salvatore Di Giacomo, per la regìa di Gustavo Serena. Il fascino che emanava la sua figura, gracile, dai capelli corvini e con uno sguardo acceso e intenso, le fecero presto varcare i confini come tipo d’una bellezza meridionale e popolaresca. Interpretò sullo schermo grandi personaggi letterari e teatrali, come Fedora, Tosca e la Signora delle Camelie. Inoltre la Bertini assieme all’altra grande diva dell’epoca Lyda Borelli, incarnava il personaggio di donna passionale, assoluta, straziante e fatale, allora di moda. Il suo produttore ebbe l’idea di farle realizzare una serie di sette film ispirati al romanzo d’appendice I sette peccati capitali di Eugène Sue (1804-1857), ciascuno per un peccato capitale: la diva si sarebbe espressa in tutta la gamma delle passioni. La serie di film, uscita nel 1919, non ebbe però il successo commerciale sperato. La Bertini entrò in crisi e decise di riposarsi in una clinica. Un giorno, durante questo periodo, vide in un teatro di posa della Caesar i nuovi metodi di lavorazione venuti da Torino. Decise di essere diretta da un regista torinese per il suo nuovo film. Si girò Anima allegra dei fratelli Quintero. Il film ottenne un buon successo di pubblico. La Bertini era ancora all’apice del successo quando l’americana Fox avanzò un’allettante offerta (un contratto di un milione di dollari dell’epoca) per recitare in alcuni film, ma la diva rifiutò: aveva appena conosciuto il banchiere svizzero Alfred Cartier che da lì a poco sarebbe diventato suo marito. Nell’agosto 1921 sostenne il suo ultimo ruolo notevole, nel film La fanciulla di Amalfi, poi in settembre si sposò. Con l’avvento del cinema sonoro, come molti altri attori del muto, anche lei non seppe adeguarsi alle nuove tecniche di recitazione, penalizzata inoltre da un timbro di voce non proprio gradevole. Infatti nel 1934, prima del suo ritiro definitivo, in Odette, il suo primo ed unico film sonoro, venne doppiata da Giovanna Scotto. Negli anni sessanta e settanta prese parte a qualche trasmissione televisiva: fu intervistata da Lelio Luttazzi, Mike Bongiorno, Enzo Biagi e Maurizio Costanzo, sempre rievocando con una punta di nostalgia la sua leggendaria ma ormai lontana stagione di trionfi cinematografici. Nel 1976 Bernardo Bertolucci la convinse a uscire dall’isolamento e a comparire in un breve cameo, in abiti da suora, nel suo kolossal Novecento. L’attrice morì all’età di 93 anni.

Helen Kane (1903-1966) cantante e attrice statunitense, fu celebre negli Anni Venti grazie alla canzone I Wanna Be Loved by You. La sua voce da coquette ed il suo aspetto furono fonte di ispirazione per Grim Natwick, l’animatore dei Fleischer Studios, per creazione del personaggio Betty Boop. Trascorse i primi Anni Venti cantando nei vaudeville per giungere poi a Broadway con il trio, The Hamilton Sisters and Fordyce, poi conosciute come The Three X Sisters. La Kane poi prese parte al tour Orpheum Circuit con i fratelli Marx in On the Balcony.
Fu durante la sua prima performance al Paramount Theater che la Kane cantando That’s My Weakness Now, improvvisò “boop-boop-a-doop”, vero tormentone della cultura flapper che lanciò definitivamente la carriera della Kane, portando alla ribalta lo scat singing: improvvisazione vocale fatta di nonsense e sillabe accostate ritmicamente. Tra il 1929 e il 1931 interpretò una serie di musical per la Paramount Pictures. Con la Grande Depressione del ’29 il mondo delle flapper finì e la stella della Kane si spense. Dopo il 1931 scomparsa dagli schermi cinematografici, lavorò in vari night club. Tra il ‘50 e il 60 fu ospite di molti show televisivi, in particolare in Toast of the Town, più tardi conosciuto come The Ed Sullivan Show, dove la Kane fece anche la sua ultima apparizione nel 1965. Helen Kane morì di cancro al seno all’età di 63 anni.

Clara Bow (1905-1965) crebbe in una zona malfamata di Brooklyn, New York, e in un ambiente familiare tutt’altro che sereno. Scritturata dalla Famous Players-Lasky Corporation (la futura Paramount), nei primi anni venti l’attrice prese parte ad una serie di commedie. Grazie all’interpretazione della vivace commessa che seduce il suo datore di lavoro nel film sentimentale It di Clarence G. Badger, diventerà una star, introducendo il personaggio della flapper, la “maschietta” più famosa dei ruggenti Anni Venti. Il film, tratto da un romanzo della scrittrice Elinor Glyn che lo produsse diventò un vero caso, lanciando la moda dell’It che in Italia verrà tradotto con quel certo non so che .
Nel 1927, la Bow è la donna teneramente innamorata del prestante aviatore Charles ”Buddy” Rogers in Ali (Wings) di William A. Wellman, primo film a vincere il Premio Oscar come Miglior Film (1928). Proprio all’apice della sua carriera, l’attrice venne travolta da uno scandalo: la segretaria e amica, Daisy De Voe, vendette ad un giornale il diario dell’attrice, in cui erano riportati dettagli della sua vita sessuale. L’avvento del sonoro poi fece il resto: la sua voce venne considerata poco fonogenica. Nel 1933 infatti, Clara Bow si ritirò dal cinema. Negli anni seguenti, le sue condizioni mentali si fecero via via più instabili, tanto che passò parecchio tempo ricoverata in diverse case di cura. Si spense a causa di un attacco di cuore all’età di 60 anni.